sabato 11 gennaio 2014

VIAGGIO IN INDIA

Spossata e sudata entro a piedi scalzi in una haveli,
rapita dal blu intenso delle sue vecchie pareti, mi spingo verso
il cortile dove i pavoni passeggianoeleganti.Accompagnata
dallo sguardo di elefanti dipinti sui muri,mi ritrovo in una stanza
con arredi in legno scuro intagliato.
Mi guardo intorno e incrocio lo sguardo leggiadro del maharaja
ritratto in un dipinto, questa casa signorile era stata sua dimora.
Mi siedo sul pavimento a scacchi bianchi e neri e aspetto
in silenzio, i rumori della strada restano fuori dal portone
borchiato con il grande lucchetto attaccato al chiavistello aperto.
Il ventilatore al soffitto è immobile, il caldo mi annebbia la vista.
Il tintinnio di campanelli si fa sempre più vicino, i passi leggeri
scendono la scala e la sua esile figura si muove verso di me.
Il sari rosso porpora cucito con fili d’oro la rende magica,
il volto è nascosto dal velo ma si intravede la treccia
di capelli nerissimi.Si siede di fronte a me e con dolcezza
prende le mie mani e inizia a disegnare la mia pelle
con una abilità mai vista.Torna la corrente, il ventilatore
ricomincia a girare.Il velo le scivola sulle spalle scoprendo
i suoi giovani tratti,è molto bella e aggraziata.
Le guardo il bindi luccicare sulla fronte quando i suoi occhi
scuri mi penetrano nell’anima.Mi sento nuda ma non provo
vergogna, i suoi occhi nongiudicano ma raccontano
della sua amata terra,saccheggiata, colonizzata
e poi liberata.Nei suoi occhi leggo l’amore per i fiumi
gonfi d’acqua da venerati monsoni che ogni anno ridanno
la vita ai campi coltivati e agli animali assetati.
La devozione per i laghi sacri, per i templi imponenti.
Il profumo dell’incenso al cinnamomo invade la stanza
e mi avvolge silenzioso, le mie mani ormai sembrano indossare
dei guanti di pizzo, perfetti ricami ornano le dita un po’
tremolanti per la piacevole sensazione.
La ragazza ha finito la sua opera, ma non mi mette
fretta, resto seduta a bere il tè al ginger e cardamomo,
bevanda bollente ma dissetante e rinfrescante al palato.
Il suo sguardo complice mi racconta che è vegetariana,
mentre impasta il chapati, come nella maggior parte
del Rajasthan insaporisce i suoi piatti con miscele speziate
a base di curcuma, cumino e pepe.
La saluto con un namastè sincero e pieno di gratitudine
e riporto i miei piedi per strada facendo attenzione a non
pestare qualcosa o qualcuno.
Milioni di persone intente a fare qualsiasi tipo di mestiere
pur di mangiare, tra mucche placide che camminano
indisturbate.
Mi avvicino ad un wok infuocato sulla brace ardente,
un ragazzo frigge le samosa, deliziosi triangoli di pasta con
ripieno di verdure.Ne mangio una e poi ancora un’altra,
davanti al sorriso sbigottito e divertito del cuoco da strada.
Le note di un sarod mi portano dentro un’abitazione dove
un anziano di bianco vestito sta suonando il suo strumento.
Chiudo gli occhi e mi lascio ipnotizzare dalla melodia che
sembra venire da più strumenti.Mi muovo sul dorso di un
elefante che placidamente mi porta su, e ancora più su,
dentro il forte di Amber, tra le mura di arenaria rossa respiro
la storia dell’impero Moghul.Affacciata dalla sommità di una
delle torri guardo in basso e il muro smerlato adagiato
sulla verde collina sembra la coda di un drago addormentato
e i miei occhi non riescono a vederne la fine.Frastornata
eccitata e travolta dai colori forti, dai sapori forti, dalle
contraddizioni forti, mi specchio per qualche interminabile
secondo nell’acqua davanti al maestoso Taj Mahal e vedo
la mia sagoma infinitamente piccola.Le mie certezze
sparpagliate si librano nel cielo e vorrei anche io volare
per ammirare dall’alto la grandezza dell’India, un paese
dove tutto è possibile che accada e dove tutto ciò che
accade è pura normalità.